Le cinture nelle Arti Marziali

Il primo giorno di lezione un allievo domandò al sensei informazioni sull’utilizzo di cinture di vari colori nel suo sistema: “…cinture? Non servono neanche a sostenere i pantaloni!” – rispose il sensei

 

In effetti, in apparenza, potrebbe essere giusta una risposta di questo tipo in quanto i praticanti di qualsiasi disciplina marziale sanno benissimo che non è certamente il colore di un pezzo di stoffa* legato alla vita a determinare le reali capacità, la bravura o il grado di preparazione di un allievo, o maestro che sia, ma sono ben altri i parametri di valutazione che vengono presi in considerazione per un tale tipo di giudizio: le reali conoscenze tecniche, l’impegno profuso quotidianamente negli allenamenti, i miglioramenti raggiunti in relazione alle proprie capacità fisiche (sesso, età, conformazione anatomica), il miglioramento della propria concentrazione (zanshin), la capacità di autovalutazione, il rispetto indiscusso dei propri compagni, la capacità di saper trasmettere le proprie conoscenze e tanti altri ancora…

…ma allora PERCHE’ ad oggi resistono, e sono addirittura necessarie, queste “rigide” classificazioni che frastagliano la popolazione dei marzialisti in un arcobaleno di colori, di gradi e di cinture?

 

 

Per rispondere proviamo a fare qualche passo indietro…

Nell’antichità, quando le arti marziali erano tramandate in modo informale e segreto e venivano utilizzate esclusivamente per scopi bellici, per combattimenti e nei duelli l’unica forma di classificazione esistente era tra il guerriero valido, ossia quello che riusciva a sconfiggere il nemico, e quello che, purtroppo meno capace, non ritornava dalla battaglia. Con il passare degli anni, il diffondersi dell’insegnamento delle arti marziali in modo più razionale e la nascita delle prime scuole dove venivano codificati i vari stili di combattimenti (RYU) aumentò notevolmente il numero dei praticanti pertanto, per evitare che guerrieri non ancora esperti fossero mandati a soccombere in battaglia, nacque una prima forma di separazione tra coloro i quali stavano sempre apprendendo le tecniche di base (omote) e coloro, invece, che stavano già affinando il proprio stile tramite l’apprendimento di tecniche segrete (okuden) e che, quindi, erano già pronti per combattimenti reali; questa metodologia di classificazione, che trovava forza anche nella radicata tradizione nipponica di estrema schematizzazione e divisione, si sposò anche con un usanza in vigore nel periodo Heian (795-1185 d.C.) che identificava le differenze tra i dignitari di quel periodo con ornamenti di diverso colore. E, quindi, a questi motivi e a questo periodo che possiamo far risalire la classificazione attuale dei marzialisti in cinture di diverso colore, di diverse sfumature, di diversi gradi.

 

A questo punto, però, si potrebbe pensare che, non essendoci più l’esigenza di utilizzare le proprie conoscenze tecniche in scontri reali, tali segmentazioni siano diventate superflue ed invece, al contrario di quanto afferma il nostro amico Bruce Lee, anche oggi la loro utilità è fondamentale.

 

Innanzitutto la sempre maggiore cura rivolta agli insegnamenti verso i propri allievi, il loro posizionamento al centro del dojo stesso rende molto utili le divisioni in gradi e livelli in quanto permette la stesura di programmi specifici in base a gruppi aventi le stesse reali capacità tecniche, evitando sovraccarichi di lavoro per i neofiti e ripetizioni demoralizzanti per i più “anziani”. In secondo luogo con queste schematizzazioni si riescono a creare dei punti di riferimento, dei traguardi che le cinture “di grado inferiore” vedono nei colleghi “di grado superiore” infatti non va mai dimenticato che acquisire una nuova cintura assume un significato importante oltre che per i traguardi tecnici raggiunti anche per il nuovo ruolo che si va ad assumere nella gerarchia della propria palestra.

 

Non va poi tralasciato il fatto che la separazione in cinture di vario livello risulta fondamentale per la parte agonistica di tutte le altri marziali: qualsiasi competizione sportiva non sarebbe possibile se non si potessero articolare categorie in modo da poter far esprimere tutti i partecipanti in maniera equa; questo è molto importante in quanto, non è spiritualmente edificante, ma è proprio grazie al lato sportivo, e al conseguente aumento del numero degli interessati, che molte discipline marziali hanno potuto ottenere i livelli di diffusione ai quali sono oggi.

 

Infine, ma non per questo meno importante, i vari colori devono servire ad ogni praticante ad autovalutare il proprio grado di maturazione; un’antica credenza d’ispirazione zen motiva così l’evoluzione dei colori:

 

il BIANCO è la purezza, l’inizio

 

il GIALLO è il colore del seme che sta per germogliare, dell’atleta che si appresta a nascere e a crescere

 

l’ARANCIO è il colore del fuoco, dell’aggressività che deve essere temprata

 

il VERDE è la crescita della pianta

 

il BLU (o AZZURRO) è il cielo verso il quale si dirige la crescita

 

il MARRONE è il colore della terra, al quale dobbiamo sempre rimanere saldamente attaccati

 

il NERO è il colore delle tenebre, dei turbamenti, delle distrazioni dal quale, sia durante il nostro cammino che durante la continua evoluzione, siamo fuggiti e dovremo sempre respingere.

 

Ed infine di nuovo il BIANCO (la cintura nera, con il tempo, torna al colore bianco) che simboleggiala la purezza definitiva, la luce che, dopo un lungo percorso, è stata faticosamente raggiunta.

 

Con questa “curiosa” scala abbiamo concluso il nostro breve cammino che voleva avere il solo scopo di fare un po’ di chiarezza sui motivi per il quale, durante l’esercizio della nostra disciplina, indossiamo rifiniture di vari colori, ci fregiamo di qualifiche di valore diverso, ci adoperiamo e sacrifichiamo per sostenere esami, ci facciamo giudicare da altre persone e soprattutto volevamo rendere chiaro che il passaggio di grado non è una “gentile concessione” del proprio sensei, non è solamente un premio alle nostre azioni di buoni atleti ma è il giusto e reale scorrere di una lenta e graduale via che abbiamo accettato di intraprendere, che non dobbiamo aver fretta di percorrere e che… non finirà mai.

Oss!!!

 

* Chiamata OBI la cintura nell’antichità poteva essere fatta di semplice corda, di cotone o, per i più ricchi, di seta e poteva anche essere ricamata con scritte o simboli vari.

 

Non è solo sport, è una scelta di vita.

 

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